L’INGRESSO IN UNA CASA DI CURA

La scelta della casa di cura per i propri anziani è spesso dettata dalla necessità di trovare un posto affidabile e sicuro per il familiare, affinché questi riceva quelle cure che solo un personale preparato e paziente può offrire. Nonostante l’amore per i propri nonni o per gli anziani genitori, si è spesso costretti a prendere questa decisione per far fronte a tutti quei problemi che, in questi casi, ci si trova ad affrontare e per far sì che il nostro caro riceva l’attenzione dovuta senza sacrificare i propri impegni.

Le case di riposo, come la Domus S. Rita, sono effettivamente un’ottima scelta per chi desidera un ambiente accogliente, con un’atmosfera familiare e calorosa, in cui l’anziano ha l’opportunità di inserirsi in un contesto sociale e comunicativo ricco di vita e di nuove occasioni, oltre a godere di attività ricreative e collettive che aiutano a prevenire patologie mentali, quali alzheimer e demenza senile.

La casa di riposo ha, quindi, molti pregi, tuttavia l’ingresso in un istituto può rappresentare un cambiamento importante per l’anziano, che è indotto a cambiare ambiente, condizioni affettive, abitudini, e così via. Questa rottura con il loro abituale stile di vita potrebbe essere la causa di un loro iniziale disadattamento, che può però essere superato con tempo e dedizione. Gli anziani impareranno presto ad apprezzare le opportunità che una casa di riposo ha da offrire, riscoprendo una gioia di vivere che probabilmente credevano sopita dopo i tanti anni vissuti.

ANZIANI E RISCHI DI CADUTA

Ormai sappiamo che la terza età non è uno spiacevole traguardo, ma un periodo della propria vita ricco di occasioni e di momenti felici. Tuttavia, bisogna riconoscere che l’anzianità ha anche i suoi rischi, dato che il nostro corpo, col passare degli anni, si fa sempre più debole e fragile: col tempo l’agilità, la reattività e la coordinazione si fanno più ridotte, così come la vista, e ciò potrebbe causare spiacevoli incidenti.

I dati ISTAT confermano che le cadute rappresentano la prima causa di incidenti domestici e di ricovero, con il 30% di vittime tra gli ultrasessantenni. A contribuire a questo fenomeno concorrono vai fattori fisiologici, legati all’età, ma anche fattori patologici, quali artrosi, neuropatia diabetica, Parkinson e così via; anche l’assunzione di farmaci possono aumentare il rischio di caduta.
E’ opportuno, quindi, cercare il più possibile di limitare gli ostacoli nell’ambiente domestico, quali tappeti, mobili, o fili esposti.

Le accidentali cadute possono provocare fratture più o meno gravi: frattura all’anca, dell’omero o del polso, per arrivare a traumi cranici o spinali.
Vari studi medici si sono proposti di ideare dei criteri di valutazione per individuare i soggetti a maggiore rischio di caduta e creare un programma fisioterapico di esercizi di prevenzione o riabilitazione, volti al miglioramento dell’equilibrio e al rafforzamento muscolare.
Anche in questo caso, prevenire è fondamentale.

COME COMUNICARE CON UN MALATO DI ALZHEIMER

Assistere un malato di Alzheimer è una responsabilità che implica non soltanto il prendersi cura dei bisogni primari del degente, ma anche imparare a farsi ascoltare e a comunicare.
Il dialogo con una persona affetta da Alzheimer è infatti non solo possibile, ma anche importante per affrontare con il giusto spirito la malattia.
Per “comunicare” non si intendono solo parole, ma anche l’espressione, la gestualità, il tono della voce… Anzi, con l’aggravarsi del morbo, la comunicazione non verbale diventa preponderante, quindi è necessario imparare ad esprimersi e a comprendere chi non è più in grado, con grande frustazione, di usare il linguaggio verbale in modo corretto.
Esortando il malato a comunicare, contribuiremo a farlo sentire meno solo e lo porteremo a stimolare le sue capacità residue, così da mitigare gli effetti della malattia, rendendo migliore la qualità della vita.
Nei casi meno gravi, il degente ha lievi vuoti di memoria: fa fatica a ricordare nomi di persone vicine, impiega tempo per trovare le parole giuste per esprimersi, il suo discorso diventa a volte incoerente, frammentario, spesso smette di parlare senza aver terminato il concetto. In questi casi, cerchiamo innanzitutto di non interromperlo né di anticiparlo nel parlare, ma rispettiamo i suoi tempi; solo se presenta difficoltà notevoli, possiamo suggergli la parola giusta. Accettiamo i giri di parole, i salti da un argomento all’altro, magari cercando di reindirizzarlo senza farglielo notare troppo.
E’ utile fare spesso una lettura ad alta voce insieme al malato, per stimolare le capacità comunicative e, perché no, anche per concedersi un momento di discussione e condivisione.
Imparare ad ascoltare con rispetto non basta: affinché la persona affetta da Alzheimer si senta a proprio agio, bisogna semplificare il nostro linguaggio ed essere più diretti e precisi anziché utilizzare modi di dire, deduzioni, domande indirette ecc.
Estistono altri casi, poi, nei quali il malato presenta difficoltà più visibili: parla di meno ed è meno espressivo, i suoi discorsi si fanno vuoti e inconsistenti, e le parole utilizzate sono spesso ripetitive.
In questo frangente, è necessario essere il più comprensivi possibile ed essere pronti a ripetere più volte domande e affermazioni che il malato potrebbe non aver capito o dimenticato. Può capitare che la persona affetta da Alzheimer si innervosisca e alzi la voce; in questo caso è nostro dovere cercare di placarlo mantenendo un tono calmo e rassicurante.
Non correggetelo, se riuscite a capirlo: intervenite solo se il senso del suo discorso vi sfugge.
Nei casi più gravi, il malato parla solo se stimolato, spesso ripetendo le parole immediatamente ascoltate, non è più capace di leggere o di scrivere, raggiunge un’inespressività quasi totale e si esprime solo attraverso gestualità e suoni privi di senso compiuto. Molti temono che a questo punto la comunicazione sia irrimediabilmente compromessa, tuttavia il malato è ancora in grado di percepire i nostri sentimenti e il nostro atteggiamento non verbale, dunque non arrendiamoci!
Rispettiamo, come sempre, i suoi tempi e cerchiamo di coinvolgerlo spesso nelle nostre attività, mettendo in risalto i suoi successi; come prima, evitiamo di correggerlo, se il messaggio è complessivamente chiaro; infine, non manchiamo mai di rassicurarlo e cerchiamo di non assumere mai un atteggiamento irritato o spazientito. In questa fase è fondamentale la gestualità e l’espressività, per permettere al malato di comprendere con più chiarezza i nostri messaggi.
Insomma, comunicare con un malato di Alzheimer è cosa non facile e richiede molto tatto e pazienza, ma ciò che conta è non arrendersi all’incomunicabilità: nonostante le difficoltà, ci sono ancora tante cose che un malato di Alzheimer può donarci: un aneddoto familiare, una foto, un giornale… basta cominciare da qualcosa di semplice per vedere aprirsi un mondo che non verrà mai completamente cancellato dalla malattia, se noi vogliamo impedirlo.
Basta volerlo.

DISTURBI COGNITIVI: QUANDO CHIAMARE IL MEDICO

Con l’avanzare dell’età, è abbastanza normale vedere manifestarsi dei problemi di memoria, poichè il cervello invecchia insieme a tutto il resto dell’organismo. Anche una vita sregolata o delle cattive abitudini avute nel corso degli anni possono incidere sulle cellule cerebrali, motivo per cui si consiglia sempre di tenere il cervello in allenamento costante. Da non sottovalutare anche le circostanze di vita in cui cominciano a manifestarsi problemi di memoria, perchè anche un periodo di forte stress dovuto a cambiamenti radicali o a delle perdite importanti possono essere causa di confusione e disturbi emotivi.
A volte, invece, i problemi di memoria sono connessi all’insorgere di patologie, ad effetti collaterali dei farmaci, a infezioni, tumori, trombi e così via.
Insomma, i disturbi cognitivi hanno motivi vari e molto diversi tra loro, dunque diventa complicato riconoscere l’insorgenza di una malattia. Come facciamo a sapere quando è il caso di consultare il medico?
Spesso i problemi di memoria collegati a particolari eventi della propria vita sono temporanei o più lievi rispetto a quelli causati da una patologia, che mostrano al contrario una certa continuità se non un peggioramento progressivo e inesorabile.
Ad ogni modo, è consigliabile rivolgersi ad uno specialista in ogni caso, poichè questi, attraverso vari esami quali TAC, risonanza magnetica, esami del sangue e delle urine e così via, può escludere alcune delle cause possibili e restringere il campo. Si terrà anche conto del vissuto del paziente, dei farmaci che assume o che ha assunto nel corso della propria vita, delle sue abitudini presenti o passate, fino a trovare una diagnosi coerente con tutti i risultati ottenuti.

Alzheimer e prevenzione: esercizio fisico

L’Alzheimer è forse la malattia neurodegenerativa più preoccupante della nostra epoca, non soltanto per la difficoltosa diagnosi, per cui non si è ancora trovato un sistema completamente esatto ed efficace, ma soprattutto in virtù di ciò che le ultime statistiche prevedono: pare infatti che nella popolazione, italiana ma non solo, la percentuale di anziani aumenti anno per anno, e con essa anche l’incidenza delle malattie neurodegenerative.
Attualmente la ricerca è in febbrile attività, nel tentativo di scovare non solo il giusto metodo che dia una diagnosi sufficientemente precoce, ma anche delle metodologie efficaci nel ridurre o almeno bloccare quelli che sono i devastanti effetti della malattia, con risultati più o meno soddisfacenti.
Recentemente è stato anche rivisto il ruolo che l’attività fisica ha nell’ambito della prevenzione del morbo e, anche se non sono ancora chiari i meccanismi causali, si è effettivamente ossevato che, grazie ad una regolare attività motoria, vi è una reale riduzione dell’incidenza di malattie neurodegenerative nelle persone a rischio.
Si è collegato lo sviluppo della malattia a fattori cardiovascolari, quali colesterolo, diabete, ipertensione, tutti disturbi facilmente riscontrabili in un individuo avanti con gli anni e tuttavia contrastabili con una buona attività fisica.
Molti studi, sia su uomini che su animali, hanno confermato gli effetti dell’esercizio fisico, positivo sull’attività metabilica, strutturale e funzionale del cervello, con tutti i benefici che ne derivano: buon mantenimento dei domini cognitivi, buona memoria, attenzione, controllo, coordinazione ecc.
Nonostante non vi siano ancora degli studi in grado di dimostrare che l’esercizio fisico svolto da persone affette da demenza possa migliorare significativamente la loro situazione, si è però arrivati a poter affermare che l’attività fisica ha un importanza notevole nel preservare le abilità cognitive negli anziani sani, oltre che sull’umore e sul comportamento.
Intanto, si raccolgono dati utili che, in un prossimo futuro, ci darà una panoramica più chiara su quale siano gli effettivi risvolti di un’attività fisica mirata e forse renderà possibile la creazione di nuove strategie per fronteggiare un morbo che ancora oggi ha troppi segreti.

Demenza senile: previsioni

A giudicare dalle previsioni, la nostra società dovrà presto fare i conti con un numero sempre maggiore di persone affette da demenza senile, con tutti i costi assistenziali che ne derivano. La prospettiva comincia a preoccupare anche i ministri della Sanità, riunitisi nel dicembre dello scorso anno per affrontare il problema e comprenderne l’entità.
I risultati hanno stupito persino gli esperti: pare infatti che da un milione e mezzo di malati si passerà, entro la seconda metà del secolo, a circa tre milioni.
Esistono, tuttavia, anche delle statistiche che hanno registrato una diminuzione del numero dei casi, almeno per quanto concerne una precisa fascia di età. Studi britannici sullo sviluppo del morbo condotti a vent’anni di distanza, hanno registrato un calo del tasso d’incidenza della malattia, dall’8,3% al 6,5%, così come ricerche danesi hanno confrontato a distanza di dieci anni delle persone nate rispettivamente nel 1905 e nel 1915 e, pur essendo a parità di salute, i nati più tardi hanno fornito l’impressione di godere di una forma mentale migliore.
Analizzando i casi, si è giunti a conclusione che quanto più grande era il volume celebrale, tanto più i casi di ictus e di morbi degenerativi erano rari.
Molto è dovuto anche allo stile di vita, che incide notevolmente sul mantenimento delle facoltà mentali; a tal proposito degli studiosi britannici hanno pubblicato su PLoS ONE i dati di circa 2.000 abitanti del Galles, le cui abitudini di vita sono state osservate per circa 30 anni, e che hanno dimostrato che chi segue un’alimentazione sana, senza eccessi e con una discreta dose di attività fisica, riduce di ben due terzi il rischio di malattie cerebrali degenerative.
Ovviamente, non si possono escludere fattori quali la predisposizione genetica o i fattori ambientali regionali, difficili da influenzare.
In conclusione, si è registrato che il tasso si sta abbassando in misura maggiore nelle donne, ma al momento non sappiamo ancora con precisione il motivo di questo differente decorso.

ALZHEIMER L’urgenza di una cura

Conosciamo ormai fin troppo bene i preoccupanti dati che riguardano il morbo d’Alzheimer, dati che incentivano la ricerca e che ci fanno comprendere l’importanza di trovare una cura al più presto. Tra circa quarant’anni, infatti, la percentuale degli individui colpiti dal morbo e da altre demenze sarà tre volte superiore a quello odierno, a giudicare dalle stime, e questo comporterà un costo notevole, non solo dal punto di vista sociale ma anche in termini economici. Per tenersi preparati a questa emergenza, i membri del G8 (Francia, Germania, Italia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti,Giappone, Canada) hanno fissato il 2025 come termine entro il quale individuare una cura o una terapia che risolva o almeno modifichi il decorso della malattia.

Non siamo ancora sicuri se tale obiettivo sarà raggiunto, ma è anche vero che la ricerca, negli ultimi tempi, sta facendo passi da gigante ed ha elaborato indagini sempre più raffinate ed efficaci con cui riconoscere i primi segni della malattia.

Molto è stato fatto anche per i caregivers, ovvero coloro che si ritrovano a dover occuparsi di un familiare non più autosufficiente, a causa del morbo, e che spesso sono costretti a rinunciare alla loro vita per le difficoltà organizzative e le conseguenze economiche. Si insegna, perciò, alle famiglie come comportarsi con il paziente e soprattutto si invita a chiedere aiuto qualora l’onere risulti eccessivo, affidandosi ad istituti di assistenza ben attrezzati e dotati di un personale specializzato, quali la Domus S. Rita ad Ardea(Roma).

Mentre aspettiamo che la ricerca ci porti i risultati tanto attesi, vogliamo ricordare che esistono dei modi per ritardare il più possibile l’insorgere della malattia: leggete, fate sport, ascoltate musica,viaggiate! Usate e allenate il più possibile le vostre facoltà fisiche ed intellettuali, ed esse cercheranno di non abbandonarvi mai.

La dieta mediterranea contro l’Alzheimer

Il morbo di Alzheimer è un disturbo che porta alla graduale perdita delle facoltà mentali, fino a rendere il malato incapace di svolgere le più semplici attività quotidiane e bisognoso di cure e assistenza. La cosa che più spaventa del morbo di Alzheimer è l’impotenza della medicina e della farmaceutica attuale, che non sono state ancora in grado di dare una risposta efficace a questo disturbo, causa di un numero sempre maggiore di vittime, destinato a moltiplicarsi negli anni futuri.

Nonostante non sia ancora disponibile una vera e propria cura, la ricerca ha fatto importanti passi in avanti, individuando delle componenti essenziali dello stile di vita del paziente che giocano un ruolo importante per quanto concerne l’apparizione ed il decorso della malattia.

In particolare, la dieta dell’individuo e il suo regime alimentare, se ottimizzati, possono rappresentare una terapia preventiva e palliativa sulla demenza.
Attuando un’amnesi nutrizionale delle persone offette e di quelle sane, si è evidenziato che una dieta ricca di fibra alimentare, di antiossidanti, di fitosteroli e di acidi grassi polinsaturi aiuta a proteggere l’organismo dall’insorgenza dell’Alzheimer.

Si tratta della tipica dieta mediterranea, consigliata anche per ridurre il rischio cardio-vascolare, e contribuisce a rallentare il declino cognitivo degli anziani.

Non sono ancora chiari i meccanismi preventivi di questa dieta nei confronti del morbo di Alzheimer, ma è ipotizzabile che i grassi saturi e idrogenati incidano negativamente sul mantenimento delle funzioni cerebrali.

Alzheimer o demenza senile? Capire le differenze

La nostra società è ancora troppo disinformata sull’argomento “Alzheimer”, tanto che molto spesso viene confuso con la Demenza senile. Si tratta di una mancanza, soprattutto da parte delle famiglie e degli stessi operatori sanitari, che rischia di diventare problematica, viste le previsioni degli specialisti, che prevedono un aumento su larga scala della percentuale di malati di Alzheimer nei prossimi anni.
Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa che colpisce soprattutto gli ultrasessantenni e che ha alla base dei difetti genetici che favoriscono la sintesi di due proteine: beta amiloide e proteina tau, responsabili della formazione di ammassi capaci di distruggere i neuroni. L’Alzheimer causa forti disturbi cognitivi e porta ad una progressiva perdita dell’autonomia.
Le demenze, invece, sono causate da piccoli e ripetuti infarti che portano alla distruzione progressiva del tessuto cerebrale e possono avere, alla base, anche patologie cardiovascolari croniche.
Le demenze possono avere diverse cause e possono portare a diverse forme di disturbi, quali la demenza da corpi di Lewy, simile al morbo di Alzheimer ma con l’aggiunta di tremore e rigidità muscolare (parkinsonismo), e le demenze fronto temporali, nella quale l’atrofia cerebrale coinvolge i lobi frontale e temporale, con conseguente difficoltà linguistica (afasia e disfasia).
E’ sempre bene consultare uno specialista, quando si è dubbiosi sulla forma del morbo, così da affrontare la malattia ben preparati e nel migliore dei modi.

La depressione come fattore di rischio per Alzheimer e demenza senile

Sono tra i problemi emergenti in salute pubblica, per le preoccupanti previsioni degli esperti e per i costi allarmanti necessari a fronteggiarne gli effetti: stiamo

parlando di demenza senile e Alzheimer, disturbi cognitivi particolarmente temuti e a cui è soggetta la fascia più anziana della popolazione.
Recenti studi hanno introdotto una novità interessante, ovvero una relazione tra depressione e demenza, in base alla quale chi presenta sintomi depressivi ha una

possibilità doppia di svilupppare demenza e il 65% in più di avere l’Alzheimer.
Tali dati sono supportati da una ricerca apparsa su Neurology: 1764 individui con problemi di memoria sono stati seguiti per 8 anni e, come esito, è stato rilevato che

i soggetti che sviluppavano un declino cognitivo anche lieve mostravano sintomi di depressione già prima che la demenza fosse diagnosticata.
Si ipotizza, dunque, che trattare la depressione possa diminuire l’incidenza della demenza e che gli antidepressivi possano costituire una forma di “protezione” dal

morbo di Alzheimer, perché tale trattamento consente di recuperare il funzionamento individuale e sociale dell’individuo con conseguente stimolo sulla plasticità

cerebrale. I nuovi farmaci antidepressivi, infatti, hanno effetti più ricchi rispetto a quelli tradizionali, in quanto non solo aumentano i livelli sinaptici di

serotonina, ma influiscono anche sui neurotrasmettitori, come il glutammato che agisce notevolmente su ippocampo e corteccia prefrontale. Il risultato è ovviamente positivo: miglioramento del tono dell’umore e miglioramento dei sintomi cognitivi quali memoria, attenzione, focalizzazione.
Altro dato sorprendente recentemente rilevato è che la scarsa educazione è inversamente proporzionale al rischio di sviluppare una qualche forma di dipendenza.
Dunque, l’educazione avanzata ha un ottimo effetto protettivo ed è in grado persino di controbilanciare il rischio genetico.
Ad ogni modo, non è mai troppo tardi per cominciare a condurre una vita attiva, sia a livello sociale, che fisico ed intellettuale: la sola vera cura ai disturbi cognitivi.