Alzheimer, il ruolo del sistema immunitario

Il morbo di Alzheimer è una delle malattie neuro-degenerative più diffuse, che attualmente interessa quasi un milione e 250 mila malati solo nel nostro paese. La mancanza di una vera e propria cura ha portato la comunità scientifica a numerose ricerche e ad iniziative volte a sensibilizzare la popolazione circa l’importanza della prevenzione. Gli studi più recenti hanno posto al centro dell’attenzione il ruolo del sistema immunitario nell’ambito del decorso della malattia e, in particolare, di una proteina dalle proprietà davvero interessanti. Lo studio, condotto dall’Università di Verona e pubblicato sulla rivista statunitense Nature Medicine, pone in evidenza il ruolo delle cellule che operano nel sistema immunitario, i globuli bianchi o leucociti. Come ben sappiamo, tutte le malattie infiammatorie hanno come conseguenza una migrazione dei globuli bianchi dai vasi sanguigni ai tessuti, dove si sviluppa il processo patologico. Nel caso di infiammazioni sterili, ovvero non causate da infezioni, lo spostamento dei globuli bianchi assume un ruolo patologico, provocando un danno tessutale importante. Si è così giunti alla scoperta che i neutrofili sono coinvolti nell’induzione della patologia in modelli sperimentali di Alzheimer, così come si è rilevata la presenza di neutrofili nel tessuto cerebrale proveniente da autopsie effettuate su pazienti con Alzheimer. Lo studio ha anche portato all’identificazione di una proteina presente sui neutrofili, l’integrina LFA-1 (Leukocyte Function-Associated Antigen -1), capace di mediare l’adesione dei globuli bianchi alla parete dei vasi sanguigni: in questo modo, la proteina causa un blocco terapeutico che riduce notevolmente la formazione di aggregati di materiale proteico composto da beta amiloide e tau, impedendo lo sviluppo del deficit cognitivo. La ricerca è stata condotta su modelli sperimentali di malattia di Alzheimer, tuttavia i risultati lasciano ben sperare ed offrono tutta una serie di nuove opportunità che potrebbero portare la ricerca ad una soluzione definitiva per quello che, attualmente, è il morbo più temuto al mondo.

INVECCHIAMENTO, SCOPERTE PROTEINE COINVOLTE

Ci sono ancora molti segreti che si celano in quella particolare fase della vita umana che è l’invecchiamento, e molti riguardano soprattutto le malattie e i disagi ad essa legati:
diabete, cancro, Alzheimer.

Recentemente, però, un team di scIenziati della University of Southern California (USA) ha scoperto sei nuove proteine che giocano un ruolo chiave nella sopravvivenza delle cellule
e nel metabolismo e che sarebbero quindi utili a svelare nuove informazioni su ciò che l’invecchiamento comporta.
Tali proteine, infatti, sono prodotte naturalmente nei mitocondri e generano energia: la quantità di ciascuna proteina diminuisce con l’età e ciò determina l’insorgenza di malattie
legate alla vecchiaia.

A seguito dell’individuazione delle sei nuove proteine, i ricercatori ne hanno osservato le funzioni, rilevando il loro ruolo nel metabolismo e nel destino delle cellule. Come ha appunto
affermato il ricercatore Pinchas Cohen, le proteine sono distribuite in modo diverso tra gli organi e probabilmente hanno diverse funzioni in base a dove si collocano all’interno del
corpo.

La ricerca, al momento, sta muovendo solo i primi passi, ma potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci e trattamenti per le malattie dell’invecchiamento.

DOMUS SANTA RITA: CASA DI CURA ALZHEIMER, ROMA

Quando si va avanti con l’età, “perdere qualche colpo” fa normalmente parte del nostro processo vitale e non ci impedisce di continuare a vivere la nostra vita, di godere dei nostri affetti e di avere momenti belli e piacevoli, nel mondo che nel corso della nostra esistenza abbiamo costruito.
Ma se tutto ciò svanisse?
L’Alzheimer è la più subdola delle malattie, non solo perché va a colpire importanti funzioni cognitive, distruggendo la quotidianità, i rapporti sociali e l’indipendenza dell’individuo, ma anche perché agisce soprattutto sul tesoro della vecchiaia: la memoria, i ricordi e gli affetti che ti circondano.
I sintomi possono variare a seconda del soggetto, ma le prime avvisaglie, in genere, sono da ricercarsi proprio in una significativa perdita della memoria, che parte da semplici amnesie per arrivare a lacune sempre più profonde ed estese. Pare che tutto ciò sia causato dall’alterazione dell’elaborazione di una proteina celebrale, la APP (proteina precursore di beta amiloide) che porta all’accumulo di una sostanza tossica (la beta amiloide, appunto) responsabile della degenerazione delle sinapsi e della trasmissione del segnale nervoso. La perdita di neuroni in aree cruciali, come nell’ippocampo e nella corteccia implicata nei processi cognitivi, è progressiva con l’avanzare della malattia e porta ad altri disturbi che vanno ad aggiungersi alla perdita di memoria: difficoltà nei realizzare le più semplici azioni quotidiane, perdita della corretta espressione verbale dei pensieri, impoverimento generale del linguaggio, disorientamento spazio-temporale. Spesso si verifica anche un’alterazione della personalità con conseguenze sociali abbastanza forti: l’individuo è meno interessato a ciò che lo ha sempre appassionato, nutre sospettosità nei confronti degli altri poichè non è in grado di percepire le sue dimenticanze e disattenzioni ed è convinto che gli altri sbaglino nel ritenerlo disagiato.
Ciò che è problematico è il fatto che tali sintomi, spesso, vengano confusi con manifestazioni di un naturale invecchiamento, oppure con lo stress o la depressione, ragione per cui purtroppo si va ad agire con un ritardo di un anno o due, quando la malattia ha fatto già buona parte del suo corso. Perciò è importante tenersi informati, non dare nulla per scontato e soprattutto prevenire con le giuste terapie per assicurare all’individuo la serenità che merita.
L’Alzheimer colpisce un fascio d’età che va da prima dei 65 anni (demenza presenile) a quella successiva (demenza senile) e generalmente si manifesta in modo sporadico; soltanto nell’1% dei casi la malattia è causata da un gene alterato che ne determina la trasmissione da una generazione all’altra.
Una delle conseguenze più difficili da affrontare è proprio l’impatto emotivo e sociale che comporta: assistere un malato di Alzheimer richiede un grandissimo impegno e una dose dispendiosissima di attenzioni, cure, pazienza, emotività e denaro, risorse che, giorno dopo giorno consuma anche il volontario più disponibile. Inutile tentare di combattere da soli: casi come questi necessitano anche più di un appoggio e ciò non è da vedere come una sconfitta, quanto come una maniera responsabile e ragionevole di affrontare la malattia e di garantire una migliore qualità della vita del malato e di chi lo accudisce.
La prima cosa da fare, dunque, è informarsi sulla patologia e chiedere aiuto alle strutture adibite all’assistenza ai malati di Alzheimer, oggi presenti in tutta Italia.
Domus Santa Rita, situata nel comune di Ardea a Roma, è una casa di cura ben attrezzata, in grado di fornire assistenza e sostegno alle persone affette da Alzheimer, grazie all’ambiente familiare e accogliente, al personale specializzato e all’applicazione di terapie e cure utili a prevenire o contrastare gli effetti della patologia.
Non sono ancora disponibili terapie risolutive del morbo dell’Alzheimer, poiché si tratta di una battaglia ancora aperta, ma esistono farmaci che aiutano a rallentarne gli effetti, intervenendo su vari aspetti della malattia e soprattutto sui neurotrasmettitori: è il caso della Memantina, un farmaco che aumenta in particolare l’acetilcolina, un neurotrasmettitore che permette di conservare in parte le facoltà cognitive.
Le terapie sono incentrate anche su altri aspetti colpiti dalla malattia, dunque il personale di Domus Santa Rita opererà sui pazienti anche con interventi comportamentali, di supporto psico-sociale e di training cognitivo, per salvaguardare le capacità mentali e migliorare la gestione dei sintomi. Particolarmente efficaci e benefiche sono le soluzioni di musicoterapia e arteterapia, così come una regolare attività motoria, il benessere fisico, il contatto sociale ecc.
Le vittime dell’Alzheimer, però, non sono mai soltanto i malati, ma anche i parenti, i cosiddetti “caregivers”, il cui ruolo è essenziale ma anche difficile e spesso doloroso. La Domus Santa Rita accoglie tutte le famiglie bisognose di supporto, tecnico o psicologico che sia, mettendo al loro servizio tutta la professionalità, la competenza e l’affetto di cui sono capaci.
Chi soffre di Alzheimer purtroppo dimentica, ma la casa di cura Domus Santa Rita non dimentica i malati e persegue lo scopo di rendere ogni giorno un’esperienza piacevole, bella, gioiosa; da ricordare!

ALZHEIMER: I FARMACI SPERIMENTALI

Le vittime dell’Alzheimer, oggi, raggiungono 1 milione soltanto in Italia, e ben 44 milioni in tutto il mondo, numeri che purtroppo sono destinati ad aumentare: con la popolazione che invecchia, si è previsto che, entro il 2030, i casi di Alzheimer finiranno per raddoppiare, con un impatto fortemente negativo sulla qualità della vita e anche sui costi per i servizi sanitari. Per questa ragione, la ricerca medico-scientifica si fa assidua e instancabile, nella ricerca di un farmaco o di un trattamento che consenta l’arresto della progressione o addirittura la recessione stessa della malattia.
I primi risultati di questo impegno medico si possono già vedere nel fatto che, nonostante il numero di persone con Alzheimer continuerà a salire, perchè gli anziani saranno sempre di più, l’incidenza della malattia sembra essersi, invece, stabilizzata.
Molti farmaci sperimentali sono già in cantiere presso tutti i colossi farmaceutici e, anche se finora non si sono ottenuti i risultati sperati, si persevera nella ricerca con fiducia.
Negli ultimi tempi, ci si sta concentrando particolarmente sul peptide “beta-amiloide”, la cui presenza è stata riscontrata nel tessuto e nelle strutture vascolari cerebrali degli affetti da Alzheimer e la cui variante 1-42 è componente predominante delle placche amiloidi, determinanti per la diagnosi definitiva.
Altri esperimenti hanno dimostrato che l’immunizzazione passiva con anticorpi verso la proteina beta amiloide possono incidere sul progresso della malattia, riducendolo o arrestandolo.
E’ stato anche scoperto che alla demenza di Alzheimer sono collegabili sia mutazioni del gene precursore della proteina amiloide sia meccanismi di morte neuronale eccezionale.
Tutte queste nuove consapevolezze fanno ben sperare nell’attuale ricerca sperimentale, che potrebbero portare a risultati effettivi e rivoluzionari, dando nuova speranza e un futuro più luminoso all’uomo.

Nuovo test per diagnosi precoce Alzheimer: la biopsia della pelle

E’ tristemente nota la difficoltà nel diagnosticare le malattie neurodegenerative quali Alzheimer e demenza senile, almeno non prima di giungere ad uno stadio avanzato
e irreversibile del disturbo. Gli esperti hanno deciso, perciò, di cambiare approccio e hanno cominciato a studiare anche gli aspetti che apparentemente posso sembrare
estranei al morbo.
Si è quindi arrivati anche ad osservare la pelle ed ora, in uno studio italiano sulla Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), un team di neurofisiologi del Central
Hospital presso l’Autonomous University of San Luis Potosi, in Messico, ha ideato un test diagnostico basato proprio sulle cellule della pelle.
Non sono ancora noti i dettagli della ricerca, che saranno illustrati solo in aprile, al prossimo meeting annuale dell’American Academy of Neurology, ma alcuni aspetti
sono già stati anticipati.
La ricerca si basa sull’assunto che la pelle ha la stessa origine embrionale del tessuto nervoso, dunque entrambi possono esprimere le stesse proteine tossiche: in
base a questo ragionamento, dunque, le biopsie della pelle dovrebbero contribuire a diagnosticare la presenza di elevati livelli di proteine tossiche, come le fibrille
amiloidi dell’Alzheimer. I ricercatori messicani hanno utilizzato biopsie cellulari di 20 individui colpiti da Alzheimer, 16 da Parkinson e 17 da altre forme di
demenza, comparandole poi a quelle di 12 idividui sani per verificare la presenza di specifiche alterazioni nei campioni di pelle.
Pare che i risultati di questi esperimenti siano stati entusiasmanti, ma occorrono ulteriori studi per confermare la ricerca e per approvare definitivamente questo
nuovo, promettente metodo diagnostico.

TEST DIAGNOSTICI ALZHEIMER, La risposta nell’olfatto

Sono tanti i segnali che il nostro organismo ci invia, ma ancora pochi quelli che siamo in grado di percepire ed interpretare. Nel caso della malattia di Alzheimer, l’importanza di una diagnosi precoce spinge la ricerca ad approfondire maggiormente tali segnali, allo scopo di conoscere meglio quelle che sono le primissime fasi del morbo. Recentemente, infatti, un’altra scoperta ha permesso l’apertura di un nuovo campo d’azione per la ricerca, questa volta incentrato sull’olfatto.

Le narici umane, infatti, avvertono diversamente l’odore: la capacità olfattiva degli individui si basa sulle performance della narice migliore, ma anche il funzionamento dell’altra acquisisce una certa importanza, perché nell’ambito di test olfattivi, è utile nel prevedere l’insorgenza di Alzheimer e Parkinson.

Lo studio appartiene all’Università Canadese del Quebec Trois-Rivière e presentato al congresso a Montreal; a guidarlo, Daphnée Poupon che ha dimostrato che maggiore è l’asimmetria olfattiva, detta iposmia, maggiore può essere il disturbo all’origine. Nuovi test sull’olfatto potrebbero perciò portare ad una maggiore precisione diagnostica e diventare uno strumento utile per prevedere il decorso dell’Alzheimer.

Il cervello dei ventenni ci rivela l’origine del morbo di Alzheimer

Importanti novità sono giunte dagli Stati Uniti, più precisamente dalla Northwestern University, dove alcuni ricercatori hanno rilevato che la proteina ß-
amiloide, causa delle malattie neurodegenerative quali Alzheimer, inizia ad accumularsi in determinate zone del cervello già a partire dai vent’anni.
Per tale scopo sono stati analizzati, attraverso l’uso di tecniche di immuno istochimica, 13 cervelli giovani, cognitivamente intatti, 16 cervelli senili non dementi e
21 anziani affetti da Alzheimer: ciò che si è osservato è che, indipendentemente dal decadimento cognitivo, nelle cellule colinergiche del proencefalo basale (ma non
in altre zone) si riscontra un accumulo di amiloide con placche più grandi a seconda dell’età del soggetto. Sono proprio le placche generate dall’accumulo della
proteina ß-Amiloide, insieme agli ammassi neurofibrillari causati dalla degenerazione della proteina Tau, a determinare la neuro infiammazione che sta alla base del
decadimento cognitivo dell’individuo.
Grazie a queste ricerche, si è più coscienti del progredire della malattia che, ora lo sappiamo, inizia proprio dai neuroni colinergici. Non a caso, già terapie precedenti approvate per il rallentamento della malattia e del decadimento cognitivo si basavano sulla sintesi e sul rilascio dell’acetilcolina, neurotrasmettitore prodotto proprio dai neuroni colinergici.
La ricerca è ora entusiasmata da questo importante passo avanti, e già si prevede che individuare l’inizio del percorso patologico e posticiparne l’insorgenza di soli 5 anni porterebbe ad una diminuzione del 50% nella prevalenza della demenza.

ZIKA, IL VIRUS PROVOCA SINTOMI SIMILI ALL’ALZHEIMER

Abbiamo sentito molto parlare del virus Zika, in occasione delle recenti Olimpiadi di Rio, come di un virus estremamente pericoloso per i neonati, in quanto può provocare microcefalia.
Recenti studi, volti ad approfondire gli effetti di questo temibile virus, hanno però rilevato che Zika può essere dannoso anche per gli adulti, e provocare effetti simili all’Alzheimer. Infatti, secondo il professore Sujan Shresta del “La Jolla Institute of Allergy and Immunology”, Zika potrebbe danneggiare le staminali neuronali conservate in alcune zone del cervello già sviluppato per sostituire i neuroni danneggiati, in aree come l’ippocampo (specializzato nell’apprendimento e nella memoria): ciò può portare a sintomi della demenza tipici dell’Alzheimer.
Il motivo per cui Zika colpisce soprattutto i neonati è perché le cellule staminali neuronali sono particolarmente abbondanti nel feto, ma sono presenti, anche se in misura minore, anche negli adulti, motivo per cui i suoi effetti possono manifestarsi anche in individui già sviluppati.
Chi presenta le difese necessarie, è in grado di prevenire efficacemente l’attacco del virus, ma per gli individui dotati di un sistema immunitario debole è possibile contarre effetti negativi nel lungo periodo sulla memoria o nella comparsa della depressione.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Cell Stem Cell”, ma ha ancora bisogno di ulteriori conferme, che forse giungeranno a breve.