La proteina nel sangue che prevede l’Alzheimer

Circa 200 coppie di gemelli, per dieci anni, sono state osservate e i livelli di circa 1.100 sostanze sono stati monitorati da ricercatori esperti: il risultato di
questo lungo studio, condotto dagli scienziati del King’s College di Londra, è la scoperta di una proteina, contenuta del sangue, capace di predire l’insorgenza
dell’Alzheimer anche con decine di anni di anticipo.
Si tratta della proteina MAPKAPK5: questa particolare proteina, infatti, essendo coinvolta in alcuni segnali cellulari, tende a farsi più rada nel sangue di chi, nel
corso degli anni, subisce una diminuzione delle facoltà cognitive.
Si tratta senza dubbio di un buon punto di partenza, ma i ricercatori coinvolti nello studio si affrettano a chiarire che un test del sangue capace di predire il
rischio di Alzheimer è ancora lontano. Nonostante i risultati facciano ben sperare, insomma, c’è ancora bisogno di sperimentare e monitorare ulteriori soggetti per
ancora altri anni, allo scopo di capire se la proteina è effettivamente legata al rischio di Alzheimer.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Translational Psychiatry.

Alzheimer e Parkinson, nuovi metodi di diagnosi

E’ tutta italiana la scoperta di un nuovo metodo capace di apportare un notevole progresso nell’ambito della diagnosi e della cura di malattie neurodegenerative, quali Alzheimer e
Parkinson. Si tratta di un sistema innovativo ideato da un team di scienziati composto da Giuseppe Maulucci e Marco De Spirito che, in collaborazione con l’Università Cattolica di
Roma, hanno condotto uno studio pubblicato sulla rivista specializzata Autophagy, studio che potrebbe aiutare la comprensione, la diagnosi e la cura delle malattie
neurodegenerative.
Il metodo ideato dal team italiano si basa sulla tracciatura del transito dei rifiuti cellulari, il cui accumulo è legato proprio alle malattie come l’Alzheimer, e si avvale di una proteina
fluorescente che cambia colore in base all’acidità dell’ambiente. Attaccata alle vescicole che racchiudono e gestiscono il transito dei rifiuti cellulari verso la zona di degradazione dei
rifiuti cellulari, la proteina è inizialmente di colore giallo, per poi assumere un colore rosso quando le vescicole raggiungono la zona dei lisosomi. Tali cambiamenti cromatici, ben
visibili con un microscopio a fluorescenza, offrono informazioni utili a comprendere se il processo di riciclaggio sia efficiente o se sono presenti anomalie nel meccanismo.
Grazie a questa scoperta, il flusso dei rifiuti cellulari potrà essere rapidamente determinato e si potrà così associare la metodica a strategie utili a modulare questi processi. In
questo modo, sarà possibile monitorare con alta precisione l’effetto su cellule e tessuti, ed eventualmente sviluppare terapie per patologie collegate a difetti funzionali nel processo
di smaltimento e riciclo dei materiali cellulari.

Alzheimer, il farmaco capace di rallentare il morbo

Il suo nome è Rolipram, ed è un farmaco che, sulla base delle ricerche condotte negli ultimi mesi, potrebbe aumentare l’attività nel sistema di smaltimento dei rifiuti del cervello.
La scoperta appartiene ad un team di neuroscienziati della Columbia University Medical Center, e i risultati ottenuti sembrano essere davvero promettenti: questo speciale farmaco
permette infatti di diminuire in maniera notevole i livelli delle proteine tossiche associate all’Alzheimer, un sistema utilissimo per rallentare la progressione del morbo e che può aprire
nuove strade per il trattamento di altre malattie neurodegenerative.
Il farmaco, al momento, non è ancora adatto per l’uso umano, in quanto genera gravi problemi di nausea, ma esistono ancora molti medicinali alternativi che presentano
controindicazioni più leggere rispetto al Rolipram e che possono essere utili per studi clinici più approfonditi.
La cosa importante, a detta di Kare Duff, professor di patologia e biologia cellulare presso l’Istituto Psichiatrico dello Stato di New York, è che si è riusciti a dimostrare che è possibile
utilizzare un farmaco specifico per attivare lo smaltimento dei rifiuti nella zona neuronale del cervello, un processo svolto dal proteasoma, un cilindro molecola che funge da
“spazzino” per i rifiuti nel cervello.
Lo studio è stato recentemente pubblicato sulla rivista online Nature Medicine.

Inquinamento, causa di Alzheimer e Parkinson

Che l’inquinamento atmosferico non faccia bene al nostro organismo, è un fatto ormai assodato; ma conosciamo davvero le conseguenze dello smog sulla nostra salute?

L’Università di Harvard si è posta il problema ed ha per l’appunto rilevato che tra inquinamento e malattie neurodegenerative vi è un’insospettabile correlazione.
Lo studio è stato effettuato sulla base dei dati relativi alla salute di circa 10 milioni di adulti residenti in 50 città degli USA, e i risultati sono stati notevoli: per ogni milligrammo in più di polveri sottili in un anno, si è registrato un aumento delle ospedalizzazioni per Alzheimer e Parkinson, rispettivamente del 15% e dell’8%.
Se prima una tale correlazione non era presa in considerazione, oggi, alla luce dei risultati, gli esperti ipotizzano che il legame tra inquinamento e malattie neurodegenerative sia nell’effetto che i veleni inalati hanno sull’infiammazione dei tessuti cerebrali.

C’è ancora molto da valutare per approfondire ulteriormente questa scoperta; intanto, sarebbe apprezzabile l’impegno da parte dei governi di limitare l’inquinamento, non solo per la salute del nostro organismo, ma anche del nostro cervello!

Alzheimer, migliorata la memoria di 10 pazienti

Una efficacissima combinazione personalizzata di dieta, terapie e cambiamenti nello stile di vita: sembra essere questa la straordinaria metodologia che ha portato ben 10 pazienti a mostrare già dopo i primi mesi un miglioramento nella memoria, che è continuato anche nel corso dei due anni successivi.

Lo studio è stato effettuato da un team di ricercatori guidato dal responsabile Dale Bredesem ed è frutto della collaborazione tra il Buck Institute for Research on Aging e i Laboratori di ricerca sulle malattie dell’Ucla: l’obiettivo che il team si è posto è appunto di dimostrare che la perdita di memoria dovuta all’Alzheimer può essere invertita.
Anche se al momento la ricerca è stata effettuata solo su un piccolo gruppo, i risultati sono certamente promettenti e, in alcuni casi, ha permesso ai pazienti persino di riprendere impieghi e hobby che, per il calo delle performance dovute al morbo, erano stati costretti ad abbandonare.

Fino ad ora, nessun farmaco da solo era stato in grado di fermare la progressione dell’Alzheimer, perciò i ricercatori hanno ben pensato di ideare un complesso programma personalizzabile per ogni paziente che prevede ben 36 punti, tra indicazioni alimentari, stimolazione cerebrale, esercizio fisico, ottimizzazione del sonno e somministrazione di specifici farmaci e vitamine. Si tratta di un approccio innovativo al morbo di Alzheimer, che potrebbe portare in seguito ad una terapia vera e propria, capace non solo di bloccare la malattia ma persino di invertirne il percorso.

Tra i pazienti, il team si cura di citare un imprenditore di 69 anni sul punto di chiudere il proprio business a causa degli inconvenienti della malattia e che, a seguito di 22 mesi di trattamento, ha mostrato notevoli progressi ed ha potuto mantere viva la propria attività.

ALZHEIMER E PATOLOGIE VASCOLARI, ECCO IL COLLEGAMENTO

Conosciamo ormai abbastanza bene il morbo di Alzheimer da sapere che esso ha origine neurodegeneativa. Alla base di ciò, tuttavia, vi possono essere anche fattori vascolari che possono aumentare o concorrere al rischio di sviluppare la malattia.

Problemi quali ictus o eventi traumatici, infatti, possono provocare le cosiddette vasculopatie cerebrali e quindi l’arterioclerosi, che influisce in maniera notevole sullo sviluppo del morbo di Alzheimer. Dunque, è chiaro che anche il problema vascolare da solo può portare a deficit cognitivi importanti. Nel caso della demenza da patologia cerebrovascolare, tuttavia, vi èè la possibilità di intervenire, bloccando o prevenendo i problemi che stanno alla base della malattia.
Ecco perché uno studio apparso su Lancet Neurology ha voluto approfondire la correlazione tra patologia dei piccoli vasi e la demenza di tipo neurodegenerativo. Il lavoro è stato condotto su ben 1143 cervelli donati alla ricerca di cui 478 con Alzheimer. L’analisi post mortem del tessuto cerebrale dei pazienti ha mostrato che 445 soggetti (il 39% del totale) avevano un’aterosclerosi da moderata a severa e che 401 (il 35%) aveva una patologia dei piccoli vasi, la cosiddetta arteriolosclerosi.

La ricerca ha rilevato che, maggiore è il problema vascolare, maggiori sono le probabilità di sviluppare la demenza e che sia arterosclerosi che arteriolosclerosi hanno gravi ripercussioni sulle capacità cognitive dei pazienti, con o senza demenza.

Si cerca dunque di capire come questa scoperta può aiutare la ricerca per la prevenzione dell’Alzheimer: vale certamente la pena concentrarsi anche sulla prevenzione dei disturbi vascolari e sull’approfondimento di tali meccanismi patogenetici, non solo per un passo in avanti in una possibile terapia, ma anche perché i fattori cerebrovascolari potrebbero essere rilevati prima dell’insorgenza del morbo, dando così modo agli esperti di prevenire in maniera precoce la malattia di Alzheimer.

GLI ANTIBIOTICI RALLENTANO LA PROGRESSIONE DELL’ALZHEIMER

Si apre una nuova strada per la ricerca, una conferma del profondo legame tra il microbiota intestinale e il nostro cervello. In particolare, si è osservato che, nelle cavie da laboratorio, un trattamento con antibiotici ad ampio spettro determina una riduzione dell’accumulo di beta-amiloide, proteina neurotossica e maggiore causa dei sintomi patologici dell’Alzheimer.

La scoperta è avvenuta al Medical Center dell’Università di Chicago ed è stata pubblicata sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature.
Il collegamento risiede fondamentalmente nella modulazione della risposta immunitaria dalla flora batterica e, anche se non sono ancora del tutto chiari i meccanismi, i risultati osservati bastano per affermare che la somministrazione di alte dosi di antibiotici nelle cavie animali porta una mutazione del microbiota (i batteri che popolano l’intestino) e di conseguenza una minor attivazione delle microglia nel cervello: in questo modo, si ricava un decremento nell’accumulo di placche amiloidi di quasi il doppio rispetto ai casi comuni. Il sistema immunitario, dunque, è fortemente influenzato dalla microglia gastro-intestinale, e tale consapevolezza può essere anche decisiva per rallentare la progressione della malattia di Alzheimer.

Tuttavia, i ricercatori mettono le mani avanti: massicce somministrazioni di antibiotici agli esseri umani non è la soluzione da adottare, ma è chiaro che si tratta di un punto di partenza su cui è possibile lavorare ampiamente.
Staremo a vedere i prossimi sviluppi!

Alzheimer, nuove tecnologie per combattere il declino cognitivo

Le placche amiloidi, una delle strutture responsabili del declino cognitivo nei casi di Alzheimer, potrebbero essere letteralmente cancellate dal cervello, impedendo così la loro azione
neurotossica e quindi l’insorgere del morbo.
Come? Grazie ad una nuova tecnologia ad ultrasuoni non invasiva recentemente sviluppata da un gruppo di ricercatori australiani che, a giudicare dai risultati, sta per dar luogo ad
una vera e propria svolta nel campo della lotta all’Alzheimer.

La malattia di Alzheimer può essere causata da due tipi di lesioni, ovvero placche amiloidi e grovigli neurofibrillari: nel primo caso, abbiamo un ammasso di molecole beta-amiloide
che si aggregano sotto forma di placche all’interno dei neuroni, generando il danno cerebrale; nel secondo caso, la lesione è causata da proteine tau difettose che finiscono per
intrecciarsi, ostacolando il trasporto di materiali essenziali come i nutrienti.

Sulla base del tasso di successo della tecnologia sui topi da laboratorio del 75%, il Queensland Brain Institute, Università del Queensland, ha sviluppato un vero e proprio
trattamento che prevede appunto la rimozione dell’accumulo di proteine tau e beta-amiloide difettose nel cervello del paziente. La tecnica è stata descritta su Science Translational
Medicine e comporta l’utilizzo di ultrasuoni terapeutici mirati, un particolare tipo di ultrasuoni non invasivo per il tessuto cerebrale: è proprio grazie all’oscillazione rapidissima di queste onde sonore che la barriera emato-encefalica, che protegge il cervello dai batteri, si apre delicatamente e stimola l’attivazione delle cellule microgliali del cervello, ovvero i rifiuti rimossi dalle cellule, in modo che siano in grado di cancellare i gruppi tossici di beta amiloide.

L’entusiasmo per questo nuovo trattamento è senza dubbio legittimato, dato che non si avvale dell’utilizzo di sostanze farmacologiche ma, anzi, aiuta il corpo a guarire sè stesso, con risultati strabilianti.
Si auspica un inizio della sperimentazione umana nel 2017, nella speranza che tale tecnologia possa davvero rivoluzionare il nostro modo di concepire una malattia che al momento ci appare invincibile e che attualmente riguarda 44 milioni di persone in tutto il mondo.

Scoperta la firma genetica dell’Alzheimer

E’ di un ricercatore italiano la recente scoperta circa una possibile firma genetica dell’Alzheimer: tale risultato potrebbe aprire la strada ad un nuovo metodo diagnostico capace di intuire con ragionevole anticipo l’insorgere della malattia e di agire tempestivamente con il giusto trattamento.

La ricerca, pubblicata su Science Advances, ha portato alla costruzione di una sorta di mappa delle aree neurali più deboli, dove il morbo va a colpire con maggiore forza. E’ così spiegato il motivo per cui la malattia tende a diffondersi nel cervello sempre allo stesso modo.
Come spiega il ricercatore a capo del progetto, l’italiano Michele Vendruscolo, l’Alzheimer progredisce in maniera caratteristica, infettando i tessuti cerebrali sempre nella stessa precisa sequenza: parte dalla corteccia entorinale per poi proseguire ad altre, sempre designate.

Nel corso dello studio, sono stati analizzati 500 campioni di tessuto cerebrale appartenenti ad individui giovani e sani e a pazieni deceduti per il morbo: tale osservazione ha portato alla scoperta che nei cervelli più giovani e sani sono già visibili aree di vulnerabilità in cui i geni protettivi anti-Alzheimer (deputati all’eliminazione delle proteine tau e beta amiloide) funzionano di meno.
Vendruscolo afferma inoltre che: “abbiamo trovato che in una persona giovane e ancora perfettamente sana, i tessuti che in tarda età verranno attaccati dall’Alzheimer presentano livelli di funzionamento ridotti dei geni protettivi anti-demenza. In altre parole l’Alzheimer attacca i tessuti in cui le difese contro l’aggregazione di beta-amiloide e tau sono meno efficienti”.

Si tratta di un punto di partenza molto interessante per la lotta al morbo di Alzheimer, una strada che potrebbe finalmente condurre ad una efficace terapia di prevenzione.

Diagnosi precoce dallo studio dei biomarcatori

Uno studio condotto dai ricercatori della Washington University a St.Louis ha rilevato l’importanza delle variazione di alcuni biomarcatori nel corso della mezza età,
quando ancora la demenza è lontana dal manifestarsi. Osservando i cambiamenti dei marcatori dell’Alzheimer, infatti, è probabilmente possibile riuscire ad identificare
chi corre maggior rischio di sviluppare il morbo.
La ricerca, pubblicata su “JAMA Neurology” ha coinvolto 169 soggetti tra i 45 e i 65 anni che sono stati sotto osservazione per dieci anni. Ogni tre anni, avveniva la
misurazione de livelli nel liquido cerebrospinale di alcuni marker clinici, tipici della malattia di Alzheimer, quali la proteina beta amiloide e la proteina tau,
responsabili del morbo. Altro passo della ricerca consisteva nell’evidenziare, attraverso la PET (Scansione di Tomografia a Emissione di positroni), l’eventuale
presenza di placche amiloidi e varianti genetiche che predispongono all’insorgenza della malattia nella terza età.
I risultati hanno portato all’acquisizione di dati molto significativi: pare infatti che i bassi livelli della proteina beta amiloide nel fluido cerebrospinale
aumentino le probabilità di future comparse di placche amiloidi.
Si è così osservato lo stretto legame dei marcatori con la componente genetica del rischio di contrarre l’Alzheimer, ma il grande problema del morbo resta. Si tratta
di una malattia il cui processo è a lungo termine, dunque è fondamentale tenere sotto controllo le persone per parecchio tempo, se si vuole coglierne i sintomi in
anticipo. Ad ogni modo, anche se per ora non si può parlare di fattori predittivi, si spera che i biomarcatori possano essere usati, un giorno, per prevedere
l’insorgere dell’Alzheimer e combatterlo in tempo.