4/11/2015

Alzheimer, il ruolo del sistema immunitario

Il morbo di Alzheimer è una delle malattie neuro-degenerative più diffuse, che attualmente interessa quasi un milione e 250 mila malati solo nel nostro paese. La mancanza di una vera e propria cura ha portato la comunità scientifica a numerose ricerche e ad iniziative volte a sensibilizzare la popolazione circa l'importanza della prevenzione. Gli studi più recenti hanno posto al centro dell'attenzione il ruolo del sistema immunitario nell'ambito del decorso della malattia e, in particolare, di una proteina dalle proprietà davvero interessanti. Lo studio, condotto dall'Università di Verona e pubblicato sulla rivista statunitense Nature Medicine, pone in evidenza il ruolo delle cellule che operano nel sistema immunitario, i globuli bianchi o leucociti. Come ben sappiamo, tutte le malattie infiammatorie hanno come conseguenza una migrazione dei globuli bianchi dai vasi sanguigni ai tessuti, dove si sviluppa il processo patologico. Nel caso di infiammazioni sterili, ovvero non causate da infezioni, lo spostamento dei globuli bianchi assume un ruolo patologico, provocando un danno tessutale importante. Si è così giunti alla scoperta che i neutrofili sono coinvolti nell'induzione della patologia in modelli sperimentali di Alzheimer, così come si è rilevata la presenza di neutrofili nel tessuto cerebrale proveniente da autopsie effettuate su pazienti con Alzheimer. Lo studio ha anche portato all'identificazione di una proteina presente sui neutrofili, l'integrina LFA-1 (Leukocyte Function-Associated Antigen -1), capace di mediare l'adesione dei globuli bianchi alla parete dei vasi sanguigni: in questo modo, la proteina causa un blocco terapeutico che riduce notevolmente la formazione di aggregati di materiale proteico composto da beta amiloide e tau, impedendo lo sviluppo del deficit cognitivo. La ricerca è stata condotta su modelli sperimentali di malattia di Alzheimer, tuttavia i risultati lasciano ben sperare ed offrono tutta una serie di nuove opportunità che potrebbero portare la ricerca ad una soluzione definitiva per quello che, attualmente, è il morbo più temuto al mondo.
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